Una funesta fonte di propaganda.
“Oggi i social network cosa sono?”
Hanno ancora un senso?
Riescono davvero a condividere qualcosa che non sia ‘una funesta fonte di propaganda’?
Tutti vogliono esserci.
Ma mi domando: “per cosa”, se non per vendere… e, in definitiva, per “vendere sé stessi” con il proprio pensiero?
Un pensiero che non è personale, ma “strategico”.
Una strategia che diventa corrente sistematica di parole più che qualcosa da dire.
“Sintetici trabocchetti per un clic.”
Quanto vasta, per sentirsi appagati?
I social network nascono con l’idea romantica di connettere, condividere e ampliare gli orizzonti. Ma la loro traiettoria li ha trasformati in giganteschi mercati dell’attenzione: non importa cosa dici, conta solo quanto “funziona” ciò che dici. E il “funzionare” non dipende più dal contenuto, ma dalla strategia, dalla capacità di colpire l’algoritmo e generare interazioni.
Quello che dovrebbe essere uno spazio di espressione diventa così una vetrina. Il pensiero personale si trasforma in un “pensiero denaturalizzato”: calibrato, ottimizzato, semplificato, fino a ridursi a slogan o, come dicevo, trabocchetti studiati per attrarre un clic.
In questo senso, sì: il social oggi appare più come un meccanismo di propaganda diffusa, spesso sottile e normalizzata. Tutti ci stanno per non “sparire”, ma il rischio è che, per esserci, si finisca per eccedere in qualcosa che non ci appartiene, denaturalizzando sia il pensiero sia la persona stessa.