Visionario intergalattico
“Diario di viaggio di un alieno”
Io sono “Kaelor Z7 – maestro ciclope della Nebulosa di Altair”, visionario senziente nato tra ammassi di stelle e striscianti comete. La mia lente biologica è calibrata per catturare non soltanto la luce, ma l’anima stessa delle cose: il tempo, vibrazioni e persino pensieri.
La Nebulosa di Altair, una galassia lontana nello spazio.
Un suo illustre abitante, Kaelor Z7, visionario senziente, percepisce l’impossibile. Le vibrazioni della sua galassia si stanno spegnendo, un silenzio che non appartiene alla natura del suo mondo, si accorge di una cosa, qualcosa che non può ignorare, che minaccia l’esistere dell’intera Nebulosa.
In quella quiete, una sola vibrazione lontana.
Debole.
Estranea.Non sa cosa sia.
Sa solo che non proviene da Altair.
e che da qualche parte qualcosa risuona ancora.
Kaelor resta fermo sulla piattaforma di osservazione. La sua lente biologica è aperta, ma non percepisce alcuna sensazione. Ciò che un tempo vibrava ora è muto.
Un battito mancato.
Un respiro che non arriva.
Un mondo che non risponde più.
Kaelor inclina appena il capo.
Non per curiosità, ma per istinto.
Qualcosa, lontano, attraversa il silenzio.
Un tremito.
Sottile.
Estraneo.
Non appartiene ad Altair.
Non appartiene a nulla che lui conosca.
Kaelor contempla il suo mondo sospeso, in ascolto del suo silenzio. Poi una vibrazione lontana riaccende il suo pensiero, e lui si prepara alla partenza.
La navicella, ascoltando il segnale neurale, si attiva. Una luce interna si accende, lenta, il portellone si apre rimanendo in attesa.
Kaelor non dice nulla.
Non esita.
Semplicemente entra.
Nel silenzio della cabina, miliardi di sensazioni gli attraversano la lente. Il mondo che lascia vibra ancora dentro di lui, come un’eco impossibile da spegnere. Eppure, una sola certezza rimane, attivare i circuiti… e partire.
E la navicella si solleva, senza rumore,
in silenzio si prepara…
La navicella attraversa il cosmo, orizzontale e silenziosa.
La Nebulosa di Altair si apre come una ferita luminosa.
Nessuna parola.
Solo il respiro del viaggio.
Quando la navicella aveva già oltrepassato l’ultimo orizzonte di Altair, un’eco raggiunse Kaelor.
Non era un richiamo.
Non era un saluto.
Era un sintomo d’ingiustizia.
La sua partenza, interpretata come fuga.
Il suo silenzio, scambiato per indifferenza.
Il suo viaggio, letto come una diserzione plateale.
E in quell’eco, una sentenza definitiva,
non potrà mai fare ritorno.
Ma la vibrazione portava con sé anche altro.
Un frammento di verità che nessuno aveva voluto ascoltare.
La Nebulosa di Altair, e molte regioni vicine,
non erano state devastate solo da guerre o collassi stellari.
Il disastro era più profondo, accompagnato da un senso antico
che non erano riusciti a dominare,
facendo ricadere sulle galassie vicine una crudeltà devastante.
Civiltà che avevano spinto troppo su potere, controllo, sfruttamento,
fino a incrinare il tessuto stesso dello spazio-tempo.
Kaelor lo aveva percepito prima degli altri.
Lo aveva visto incrinarsi.
Aveva sentito il suo mondo morire.
E ora, mentre l’eco del suo esilio gli attraversava la mente,
una ferita si riapriva.
La sua capacità biologica non registrava solo immagini,
portava con sé traumi, rimpianti, un senso di colpa
per possibilità mancate.
Era un archivio vivente di mondi perduti,
un testimone che nessuno aveva voluto ascoltare.
Kaelor rimase immobile.
Non per dolore.
Non per sorpresa.
Ma perché, in fondo, lo aveva sempre saputo,
il suo viaggio non era una fuga.
Era l’unica forma possibile di sopravvivenza.
Kaelor parla con sé stesso e ogni frase pesa come una stella che collassa.
La navicella scivola nel vuoto, lontana ormai da ogni eco di Altair. La lente di Kaelor si contrae, come se volesse trattenere un ricordo che brucia.
«Non è la distanza a ferire.
È ciò che non ho potuto salvare.
La mente ricorda tutto,
anche ciò che vorrei dimenticare.»«Altair non è morta.
È stata consumata da ciò che ha scelto di diventare.»«Mi chiamano fuggiasco.
Non sanno che sono l’ultimo testimone.
E che nessuno ha voluto ascoltare
ciò che ho visto.»«Dicono che io sia fuggito.
Che abbia abbandonato la Nebulosa nel suo ultimo respiro.
Ma nessuno ha visto ciò che ho visto io.»
Un tremito attraversa la cabina. Non proviene dalla nave. Proviene da lui.
«Altair non è stata distrutta.
È stata consumata.
Non da un nemico, ma da sé stessa.»
La lente si oscura per un istante, come un occhio che trattiene un pianto impossibile. Un bagliore distante riflette su un pannello metallico, l’unico segno che lo spazio non è vuoto, ma solo indifferente.
«Io non sono un disertore.
Sono ciò che resta.»
La storia _
potrebbe
continuare …
Ideazione e Universo da Ricardo Francone
Testi e Visione Grafica da Sol