Una superficie illusoria
“Una prospettiva completamente nuova.”
Abbiamo già parlato e fatto una piccola analisi di cos’era l’Italia del 1300 e del 1400.
Lo so, ed è chiarissimo, che certi concetti tornano di continuo, integrandosi in diversi contesti. Ma, data la complessità dell’immagine fotografica come linguaggio universale, il filo che sto cercando di tirare fuori è questo: i concetti sull’immagine e sulla fotografia possono sembrare ripetuti, ma non è ridondanza. Questa ripetizione non è solo appropriata, ma necessaria. Anche perché, nella distrazione che domina il mondo sociale, ribadire diventa un atto politico e culturale.
Una piccola parentesi, che ritengo opportuna per chi tende a scoraggiarsi: (la differenza tra il progresso lineare della cultura e le stagnazioni dovute a fattori socio-politici ed economici, e l’urgenza di insistere su alcuni concetti). Esiste certamente una cultura universale che procede su una linea di progresso, producendo grandi avanzamenti. Sono invece le questioni socio-politiche a rallentare o stagnare, legate soprattutto a rapporti di potere ed economia. È una costante della storia, che riflette anche la natura umana e le singolarità dei popoli. Per questo, oggi più che mai, abbiamo bisogno di studiare a fondo se vogliamo davvero capire.
“Cercheremo di spiegare e dipanare questi concetti filosofici e teologici, e proveremo a scioglierli un po’ alla volta, man mano che andiamo avanti.”
Abbiamo detto che Venezia era la città più popolosa dell’Occidente, mentre Firenze era importantissima dal punto di vista economico in tutta Europa. Nell’Italia del 1200 nascono Dante Alighieri, Giovanni Boccaccio, Francesco Petrarca, Giotto… fino ad arrivare a Leonardo da Vinci, e siamo già a metà del secolo (1452). Due secoli fondamentali per la nostra cultura, da tenere bene a mente. Una cultura che travolge anche il modo di rappresentare le immagini, in cui veniva trasmessa una visione particolare.
Avete mai visto delle persone con l’aureola in testa, magari scendere fluttuando dall’alto?
Sicuramente no! Eppure per secoli, in Occidente, abbiamo rappresentato le immagini in questo modo. E lo stesso accadeva anche in Oriente: basta pensare che persino i Buddha hanno l’aureola.
Giotto – questa è una visione non prospettica: le persone dietro hanno la stessa grandezza di quelle davanti. È una rappresentazione che non vuole mostrare le cose come appaiono ai nostri occhi.
Se guardiamo da vicino questo episodio della “Rinuncia ai beni terreni” di Giotto, vediamo che tra tutti i personaggi ce n’è uno che spicca: Francesco, con quell’aureola che lo distingue. Ma se smettiamo per un momento di pensarla come “segno di santità” nel senso canonico, e la leggiamo invece come una sorta di luce che avvolge il corpo, diventa un’immagine molto più intima. È come se fosse il dono di una visione, quella capacità rara di cogliere segnali che agli altri restano invisibili.
Francesco è l’unico che alza lo sguardo verso quella mano che appare nel cielo: non perché sia più santo degli altri, ma perché si trova in uno stato di estrema sensibilità, in cui l’occhio interiore diventa ricettivo. È in quei frammenti infinitesimali di tempo che si apre una conoscenza nuova: vedere, sentire, intuire qualcosa che non viene dato a tutti, ma che può accadere quando si rinuncia a ciò che pesa e si resta nudi davanti alla realtà.
Dobbiamo capire questo concetto:
Questo è un “disegnino” che abbiamo fatto per spiegare cos’era la prima tavola prospettica fatta da Brunelleschi, il passaggio all’“immagine”.
Brunelleschi avrebbe sorriso a vedere il suo esperimento ottico diventare così iconico e reinterpretato. È incredibile pensare che un semplice foro, uno specchio e un pannello abbiano rivoluzionato tutta la pittura occidentale.
Quando Brunelleschi realizza la prima tavola prospettica, oggi andata perduta, per far comprendere cos’era l’invenzione della prospettiva, crea un “artificio”: in questa tavola dipinta vengono rappresentati la “Piazza della Signoria” e il Battistero… (il quadro, dipinto su legno, aveva un foro al centro, e si doveva osservare il dipinto riflesso in uno specchio).
Un ipotetico osservatore, piazzando l’occhio in quel buco… ecco, il quadro prospettico e la sezione della cosiddetta piramide visiva —“si chiama piramide visiva”— che dall’occhio dell’osservatore va all’infinito, (se faccio una sezione di questa piramide, quello è il quadro prospettico). Un quadro che dà l’illusione della visione tridimensionale “oculare” su una superficie, ossia su una superficie piatta a due dimensioni.
Piramide visiva: questo quadro si vedeva riflesso, perché la prospettiva è opera di riflessione, in senso fisico, ma non solo in senso fisico…
Questa è la descrizione di come doveva essere il congegno di Brunelleschi: lo specchio, il quadro, e lo vedete lì riflesso. “Qui c’è già tutto il nostro destino”: la prospettiva, per chi l’ha inventata, cioè Brunelleschi, è riflessione. Punto.
È una riflessione: ancora oggi le nostre macchine reflex ci inducono a riflettere. Al loro interno c’è uno specchio, un prisma che raddrizza l’immagine e poi un foro visivo: “oculare”.
La prospettiva è la ricostruzione dello spazio in un’immagine secondo le regole della geometria. Vuol dire allora che nello spazio ci sono regole geometriche. Ossia, in quello spazio della realtà: se io ho un bicchiere bucato, l’acqua me la porti? No, non me la porti, perché è bucato. Il bicchiere è un contenitore. Però io ho uno strumento che, in quel bicchiere, mi porta l’acqua lo stesso: la geometria. Vuol dire che nello spazio della realtà riesco, in una forma piatta di carta, a dare l’illusione della tridimensionalità. E lo faccio vedere: il bicchiere è colmo d’acqua.
Secondo queste regole geometriche, vuol dire allora che dentro quella realtà ci sono le stesse regole che ci sono dentro il disegno. È chiaro il concetto? Questa è l’ipotesi su cui si regge il mondo occidentale e quello greco.
E queste regole non sono solo frutto dell’immaginazione dell’uomo. Attenzione: questa è la discriminante!
C’è una grande disputa filosofica: quella tra “nominalisti” e “realisti”.
La questione degli “universali” gira sempre attorno a una domanda di fondo: i concetti generali — tipo “uomo”, “animale”, “albero”, “rosso” — esistono davvero? Oppure sono soltanto invenzioni del linguaggio umano?
REALISTI
I realisti dicono: no, non sono solo parole. Gli universali hanno una realtà propria.
Esistono come idee eterne nella mente di Dio, come modelli originali di tutte le cose.
Oppure stanno dentro le cose stesse: ogni albero partecipa davvero dell’“alberità”.
Oppure ancora, vivono nella nostra mente come concetti, ma hanno comunque un fondamento reale.
Per i realisti, gli universali sono qualcosa di reale che precede e fonda le cose particolari.
NOMINALISTI
I nominalisti ribattono: niente “alberità” che aleggia da qualche parte.
Ci sono solo alberi concreti, uno per uno. Gli universali sono etichette, nomi che noi appiccichiamo alle cose per comodità, per raggruppare ciò che ci sembra simile.
Per i nominalisti, gli universali non hanno alcuna realtà propria, sono strumenti linguistici e mentali che noi inventiamo per orientarci nel mondo.
E allora ecco un esempio: sei in un hotel a dieci piani, tranquillo nella tua stanza, e all’improvviso parte un rumore assordante. L’allarme antincendio. Tutti scappano fuori, ma tu dici: aspetta, io non sento odore di bruciato, non vedo fumo, magari è un falso allarme… sarà partito da solo per il caldo, o per un guasto.
Se io sono un “nominalista” la domanda è: ma sei sicuro che ci sia davvero il fuoco?
La posizione realista sugli universali, secondo questa visione, ogni singolo albero che vediamo non è soltanto un albero concreto con radici, tronco e foglie, ma è anche un’espressione di qualcosa di più generale e profondo: l’“alberità”, cioè l’essenza universale che rende un albero “albero”.
Ed è qui che la cosa tocca il problema della fotografia e, più in generale, dell’immagine…
Vi faccio vedere quest’immagine:
Voi mi dovete dire cosa state vedendo.
Rispondete che quest’immagine è un disegno di Leonardo da Vinci.
Ma siete sicuri che questo sia davvero un disegno di Leonardo da Vinci?
Il Paesaggio con fiume di Leonardo da Vinci → 1“Il Paesaggio con fiume (noto anche come Paesaggio del Valdarno) è un disegno di Leonardo da Vinci realizzato nel 1473 e oggi conservato nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe della Galleria degli Uffizi a Firenze. Datato in alto a sinistra, è considerato la più antica opera firmata con data dall’artista.”
Il problema, vedete, lo pone un grande fotografo italiano: Ugo Mulas. Prima di tutto vi ricordo che questo non è un disegno di Leonardo da Vinci, ma una diapositiva tratta da un disegno di Leonardo da Vinci. Poi, se questa diapositiva, facendo riferimento alle verifiche di Ugo Mulas, la ingrandisco come “Il cielo per Nini”, vedo solo la grana, la materia, di un ipotetico cielo; e in questo ingrandimento “si potrebbe ottenere la stessa immagine fotografando anche un muro”. Non vi è distinzione tra un cielo e un muro.
Noi crediamo di vedere un disegno, un cielo, un muro, ma la realtà è un’altra.
Ugo Mulas – La fotografia ed. 2007, “Il cielo per Nini”
Tu pensi che quello sia il cielo quando lo fotografi, ma invece non lo è affatto.
Le verifiche di Mulas ci mostrano chiaramente, che ogni immagine è soltanto un frammento, una riduzione del mondo, mai il mondo stesso. Personalmente in questo lavoro vedo un avvertimento: “in ogni caso”, l’immagine che produciamo rimane sempre una piccola cornice di ciò che desideriamo, o vorremmo, rappresentare.
“Questo è il problema esistenziale, ed è il motivo per cui l’animale uomo ha inventato l’immagine.”
Dentro la bocca dell’Orco l giardino di Bomarzo, “immagini e figure surreali”
In Italia, nel pieno del Rinascimento, c’è un giardino fuori dall’ordinario: il Parco dei Mostri di Bomarzo, detto anche “Sacro Bosco”. Un luogo popolato da sculture bizzarre e inquietanti — mostri, divinità, animali fantastici e architetture impossibili. Nel cuore del parco si trova una costruzione unica: la “casetta pendente”. Non come la Torre di Pisa, che pende per caso: qui la stortura è voluta. Pavimento inclinato di quasi quaranta centimetri: bastano pochi passi dentro e il mondo ti gira, ti senti sbandare.
Tra le figure del parco c’è anche l’Orco, una maschera enorme. Entri nella sua bocca e ti ritrovi immerso nell’oscurità. Poi ti volti, e dalle fessure degli occhi e della bocca intravedi il bosco. Allora ti chiedi: e se il vero mostro fosse proprio la natura? Forse il nobiluomo che ideò questo luogo voleva spingerci dentro quella bocca spalancata per farci capire una cosa: che la natura, nel mondo, ha due falci come denti, pronte a divorarci.
Foto: Giovanni Chiaramonte – Nascosto in prospettiva
Parco dei Mostri di Bomarzo, “Casa Pendente”
Un giardino surreale, misterioso, capace di lasciare un segno profondo in chiunque lo visiti, tanto da ispirare artisti e viaggiatori per secoli.
Su un pilastro, una scritta enigmatica sembra custodire in forma simbolica un indizio interpretativo:
«Sol per sfogare il core».
Le opere di questo giardino sembrano pensate proprio per chi si interroga. Ci spingono al senso della scoperta, accendono la curiosità, ci mettono di fronte a domande. È forse questo l’unico vero modo per viverle: lasciarsi provocare, per poi comprendere e conoscere.
Come dicevamo con Brunelleschi: in quel quadro, in quella superficie bidimensionale, attraverso la geometria dei Greci trova un modo per rappresentare la realtà tridimensionale. Per Brunelleschi vuol dire che le leggi che ci sono nel quadro sono le stesse che ci sono nella natura. È come dire, per fare un esempio: il campanello d’allarme non è il fuoco, ma ti avvisa che il fuoco c’è davvero.
Certo, è solo un campanello, ma prova a dirlo ai pompieri quando ti dicono che devi uscire dal palazzo.
Ovvero, per Brunelleschi fare un disegno vuol dire conoscere le leggi del mondo, conoscere le leggi della natura, ben sapendo che tu, uomo, sei parte di quella natura. Per cui, svelando le leggi della natura, scopri anche le leggi che sono dentro l’uomo stesso.
Questa è l’ipotesi: data un’immagine che riusciamo a fare della realtà visibile, così come appare, in questo concetto di realtà per il mondo occidentale, attraverso questa immagine noi possiamo arrivare a conoscere le forze fisiche, e chissà, forse anche quelle “metafisiche” (capendo bene cosa significhi questa parola), che regolano questo mistero.